Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
Potrai frammentarti in infinite parti, scorrere analiticamente le loro storie per investigarne le cause, gli accadimenti trascorsi o immaginati dal pensiero; accendere barlumi di esperienza trattenuti o modellati per tentare astutamente così di dissolvere il presente; riproporre impronte di dolore abilmente plasmate, deformate e suggellate per ferirti sempre allo stesso punto per non vivere; sedare le costanti rivolte con quelle parti di te stesso che ti reclameranno con la narcosi della distrazione, della fuga perenne, della repressione indotta o praticata, dell'accettazione tollerante della resa per non vederti; oppure lottare con quel cumulo di memorie che si agitano dallo sfondo sperando di issarci sopra un giorno il vessillo della vittoria: ma non c'è altro che il piacere di soddisfarti, di appagarti e di sublimarti, in quei recessi interiori del passato esagitati solo per fuggire da te stesso. La tempesta, alla fine, riporta sempre l'acqua nel mare.
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Quando osserviamo, come vediamo realmente le cose?
C'è un tavolo dinnanzi a me con alcuni oggetti poggiati sopra. Penne, fogli di carta, un bicchiere, un libro, un orologio. Li guardo con attenzione e posso toccarli, muoverli, spostarli, misurarli e riscontrarne le fattezze, le qualità e le dettagliate particolarità. Questi oggetti sono esterni a me ed hanno una certa stabilità nel tempo, per cui posso lasciarli in quel luogo e ritrovarli successivamente, esattamente così come li ho riposti.
Inoltre per convenzione comune, l'atto del nominarli provoca la proiezione della loro immagine in me dalla conoscenza acquisita ed attraverso essa al riconoscimento si adduce la parola, che descrive oggettivamente quel visto indicandone le proprietà.
Quando osservo però la mia paura, l'ira, la rabbia, l'indomita spinta del desiderio, quella sensazione che mi riempie totalmente e che non so cos'è, chi e cosa sta effettivamente vedendo?
C’è una realtà esterna al me?
Oppure sto vedendo una parte di me stesso che è viva e che si muove, mutando in ogni istante?
Guardo quella parte di me che si è identificata nella sensazione che è in essere, che rappresenta il mio stato in un dato momento e che lo indico con un nome, per fissarlo, come se ci fosse un censore che osserva il visto e dopo aver definito cos'è prelevandone il simbolo dalla memoria, imprigiona sé stesso trattenendosi nella sua immagine: in tal modo intende intervenire per operare il controllo, la gestione e la reiterazione, da quel passato che sotto forma di sé stesso adduce l’assunto del giusto o dell’errore, scegliendo l’implicita azione. Non è forse però proprio questa separazione tra me e ciò che sono, che alimenta il conflitto interiore?
C'è una parte ed un'altra che giacciono divise come spazio psicologico nel quale viene in essere il tempo: il rimorso, il rimpianto, il dolore, il piacere, la speranza, la condanna, la giustificazione, la sofferenza e tutto ciò che l'osservatore decide di fare su quella parte di sé stesso cui ha dato un nome e da cui vuole liberarsi perché è dolorosa o in cui perdersi per sublimarla perché è piacevole. Intanto però ciò che è si muove e cambia continuamente, ma l’osservatore adesso è catturato dall’immagine di sé stesso quando l’ha riconosciuta nel prima: è davvero dunque reale tutto ciò che si intende fare su ciò che non è mai più lo stesso?
Quelle parti perché vengono divise?
Perché l'osservatore indica una parte di sé stesso nominandola, scindendosi e proiettando su di essa il da fare?
Non è proprio il fatto di darle un nome, che proietta l'immagine di ciò che l'osservatore pensa di vedere, avvolgendo così il visto come un manto?
Quella immagine addotta dalla sensazione, cui è stata data una definizione prelevandola dalle esperienze trascorse, proiettandola nella visione fattuale di sé stessi, non è una sorta di fuga da ciò che si è per non affrontare il fatto?
Il fatto è la paura, il fatto è il desiderio forte, il fatto è l'invidia, il fatto è la violenza, il fatto è la gelosia, il fatto è l’avidità, il fatto è il fastidio; perché allora me ne separo indicandolo, dandogli un nome per non averci a che fare direttamente e non lo affronto immediatamente, senza analizzare per poi condannare o giustificare, ma rimanendo totalmente in esso?
Non è proprio facendo così che il conflitto invece si alimenta, la divisione si acuisce ed il passato si reitera indefinitamente?
L’osservatore, è dunque in grado di vedere la totalità di sé stesso, oppure ne percepisce solo una parte e si ferma lì?
Cosa accade se non c'è più divisione, se l'osservatore si rende conto che sta osservando proprio sé stesso e non qualcosa che dall'esterno lo ha contaminato e su cui deve intervenire per fare così assolutamente qualcosa?
L’osservatore può dunque mettere in quel cassetto anche la sua paura, la sua angoscia, il suo dolore, la sua insicurezza, la sua ferita, la sua vanità e la sua ambizione?
Il vedere è parte dell'esistere o l'esistere c'è indipendentemente dal vedere?
E il vedere, c'è senza l'esistere?
Perché allora c'è scissione tra il vedere e l'esistere?
È forse colui che pensa di vedere che trattiene a sé il visto dall'esistere operando una scissione?
Proprio nell'intervallo di quella divisione, nel trattenere la totalità dell’accadere nella parzialità del misurare per riconoscere, si manifesta l'osservatore che coscientemente, pensa di vedere, ma che sta guardando qualcosa che ha visto già e che gli fa comodo distinguere per sentirsi vivo.
Se l’osservatore rimane totalmente immobile psicologicamente quando osserva ciò che è, senza dare più un nome o proiettare una immagine; senza intervenire, senza scegliere, senza evitare o fuggire; senza reprimere o direzionarsi; rimanendo nel fatto di ciò che egli è in ogni istante e lasciando muovere ciò che accade; essendo saldamente consapevole ed immobile senza sforzo o controllo alcuno, cosa succede?
C’è più un osservatore che è il risultato egocentrico, brutale e violento delle sue stesse illusioni, delle influenze che ha subìto, del passato condizionato dalle tante paure e dalle molte ferite, che vuole però sempre rimanere a tutti i costi nel presente per interessarsi esclusivamente di sé stesso, ai fini di appagarsi per confermarsi, stabilizzarsi ed identificarsi per rassicurarsi? Lui, non è forse proprio quel passato stesso che tenta in ogni modo di persistere?